Piango, io piango sempre. Letteralmente per ogni emozione, positiva o negativa, che io decida o non decida di provare.
Mi rendo conto che, all’inizio, la gente si intenerisce: prova quasi simpatia, un pizzico di tenerezza. Ma poi, quando iniziano a conoscermi davvero, quando le mie lacrime diventano protagoniste, li vedo cambiare. Mi guardano con una smorfia, quasi di disgusto, come se il pianto fosse una colpa.
E a quel punto cosa succede?
Mi arrabbio. E ricomincio a piangere per la rabbia, per la frustrazione, per la voglia di rispondere ma non riuscirci. Le parole si bloccano, e il magone mi toglie il respiro.
Sono un fiume in piena.
Quando mi prende il panico e l’ansia avanza, non controllo più il respiro. La mente si svuota, dimentico persino il mio nome. E allora le sento arrivare: le lacrime. Gli occhi bruciano, la vista si appanna, e scendono grosse, pesanti, senza ritegno. Mi rigano il viso, accentuando il disagio, rendendo visibile a tutti quel malessere che vorrei tenere per me.
Gli spasmi del pianto non mi lasciano tregua, e nel tentativo di nascondermi la mia goffaggine si moltiplica. Le mie figlie, ogni tanto, si girano già sapendo di trovarmi così: piangente. Ridono, si scambiano sguardi complici, poi mi danno una pacca sulla spalla e se ne vanno. Sono crudeli, sì, ma anche teneramente consapevoli. Io lo so, e loro lo sanno.
Vivo le emozioni in modo passionale, profondo. Forse troppo. Ma non riesco a farne a meno.
Come si controllano questi sentimenti viscerali che esplodono all’improvviso? Non lo so. O forse non ci ho mai provato davvero.
E forse non mi piace nemmeno l’idea.
Forse è un lato infantile di me che non voglio lasciare andare. Non lo so.
Ma so che Marika, purtroppo o per fortuna piange. Si commuove. E per la paura singhiozza. Non è l’immagine di una donna forte, cazzuta e potente. Ma non per questo non lo è.
Combatto comunque. A volte il mascara cola, ma resisto. D’altronde, certe giornate vanno affrontate con l’anima a nudo e il trucco disfatto.

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