Apocalissi quotidiane

"Nessuna soluzione. Qualche osservazione."

L’attesa fa male, ma l’Amarone cura

Attesa.

L’attesa è difficile, accompagna molti momenti della nostra vita.
Attendiamo l’amore, il lavoro, l’arrivo di una mail, di un messaggio su WhatsApp. Attendiamo alla cassa del supermercato, attendiamo la pizza del sabato sera quella sembra non arrivare mai.

È estenuante attendere. Mi innervosisce, mi strazia, mi rattrista.
A volte mi rende così vuota che l’unica cosa che vorrei fare è prendere una sedia, portarla davanti alla finestra, sedermi e fissare fuori, immobile.
Ferma, impassibile, mentre il tempo scorre per tutti tranne che per me, perché il mio si è cristallizzato.

Ci sono notti in cui mi alzo sudata, senza fiato, nella speranza di vedere qualche notifica, una mail, un messaggio.
E spesso vorrei urlare, urlare così forte da sentire la gola in fiamme tanto da cercare un bicchiere d’acqua, ma senza berla, solo per ricordarmi che sono ancora viva, che il mio corpo è ancora mio.

Ma non drammatizziamo.
Tutto sommato, sto bene.
Perché la sera mi lavo il viso o meglio, faccio la mia skin care e dopo aver spalmato fantomatiche creme e sieri che promettono di ridurre rughe e illuminare la pelle, mi aspetta lui.

Mi guarda, e gli sorrido come la prima volta che l’ho visto: intenso, corposo, vellutato.
Il mio Amarone della Valpolicella.

Lo stappo, riempio una tazza con scritto Merry Christmas, sorrido, respiro, e vado a dormire.
Pronta ad affrontare un giorno alla volta.

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